Augusto Gentili (1943-2026)


“In una splendida mattinata invernale dei primi del ‘70, la luccicante copertina rosso-carminio di Problems in Titian sogghignò allegramente dalla sua privilegiata collocazione nella mitica vetrina ‘straniera’. di una mitica libreria romana. Ero un giovane da poco laureato, ovviamente disoccupato, alquanto miserabile e irriducibilmente entusiasta, in quel momento impegnato nella perlustrazione mensile – puramente visiva, beninteso, e a distanza – degli esotici esemplari. Mi ci volle un po’ per rimettermi in sesto. Avevo in testa il progetto, e forse qualcosa di più, di un libro sui dipinti mitologici di Tiziano: se il grande Panofsky se ne usciva con questi Problems in Titian – e, manco a dirlo, mostly iconographic – cosa restava all’appassionato panofskiano dell’ultima ora?”

Così Augusto Gentili apriva la sua introduzione all’edizione italiana dei Problems in Titian di Panofsky del 1969, pubblicata da Marsilio nel 1992. Quel che restava “all’appassionato panofskiano dell’ultima ora” lo ha dimostrato a partire dal 1974 (quando apparve Il significato dell’Antiope di Tiziano su “Storia dell’arte”), fino al gennaio di questo 2026 allorché – pochi giorni dopo la sua scomparsa – uscivano due suoi testi tizianeschi nei cataloghi delle mostre su Il non finito ai Musei Capitolini di Roma e sulla Pala Gozzi a Pieve di Cadore. Nel mezzo stanno più di una cinquantina di contributi sul solo Vecellio – tra monografie, saggi, schede di catalogo, interviste e articoli giornalistici – dedicati a colui che riconosceva come il massimo punto di densità della cultura figurativa veneziana del Cinquecento. A lui e al suo “contesto” – parola pregnante, che poi sarebbe divenuta ideologicamente programmatica – dedicò una vita di sguardi, letture e confronti. 

Perché partendo da Tiziano, come in una catena indisgiungibile, seguirono presto Bellini, Giorgione, Sebastiano, Lotto, Carpaccio, Bassano, Tintoretto, Veronese … Tutti i protagonisti di quel secolo luminoso e drammatico. Di Bellini lo affascinarono i paesaggi saturi di simboli e le trasgressioni senili. Giorgione lo metteva in imbarazzo, lo vedeva come uno sperimentatore in una stanza a parte. Di Sebastiano rivendicò la grandezza già veneziana. A Lotto dedicò un volume intitolato I giardini di contemplazione, per l’irripetibile concentrazione spirituale ed esistenziale che vedeva traboccare dalle sue invenzioni. Seppe entrare come pochi nelle ‘storie’ di Carpaccio e visse come una sfida la ricerca dell’identità del Cavaliere Thyssen. Se sotto le agresti invenzioni di Jacopo Bassano intravide i fili di una religione profonda e inquieta, sottrasse Tintoretto e Veronese all’idea comune che fossero sostanzialmente dei virtuosi del tocco e della composizione, distinguendo nelle loro trame discorsi metaforici in cui tutti (o quasi tutti) gli elementi in campo componevano una sintassi precisa, spesso rilegata dai dettagli. Come pochi fu capace a decodificare il linguaggio dei gesti e degli sguardi, e dopo certe sue letture le sequenze narrative dipinte risultavano semplici, chiare, quasi inevitabili.

Ai minori si dedicò poco, in quanto li considerava epigoni meno versati alla costruzione intellettuale. Invece fu attentissimo al mondo dei tipografi, ai loro illustratori, alla letteratura marginale, ai paratesti … Considerava i prodotti figurativi dei ‘grandi’ come riflesso diretto del mondo di cui erano espressione: affermazione quasi tautologica, ma un conto è enunciarla astrattamente, come principio metodologico, un altro è saperne distinguere le componenti. Di costoro colse però anche la misura di libertà interiore, lo scarto personale rispetto agli schemi standardizzati: e in Tiziano in sommo grado riconobbe l’enorme spazio non solo artistico, ma soprattutto concettuale, manifestato dagli ultimi ‘non finiti’.

Abbastanza presto operò uno slittamento di prospettiva, in cui applicò il metodo panofskiano a focalizzazioni centrate sulla cultura veneziana del Rinascimento. Se infatti Panofsky svolgeva le sue analisi con uno sguardo molto largo, orizzontale, con il richiamo a numerose fonti classiche e un taglio marcatamente warburghiano, Gentili proponeva indagini più verticali, per così dire, in qualche modo legate alla Nouvelle Histoire francese anni 60-70. Nacque così quella che volle definire ‘iconologia contestuale’, ossia un’analisi dei significati dei prodotti figurativi in cui le chiavi interpretative privilegiate venivano fornite da testimonianze – sia letterarie, sia iconografiche – provenienti da tale specifico contesto. Ne sortirono affondi che spaziarono dall’analisi del rapporto tra politica e religione alla rappresentazione erotica, dalla ritrattistica alla retorica, dalla melanconia (un tema il cui studio risaliva ai suoi anni giovanili) alla musica… Molte di queste ricerche confluirono in due volumi miscellanei intitolati La bilancia dell’Arcangelo, del 2009, e, ultimo, del 2025, Ritratti al dettaglio (entrambi per Bulzoni).

Assunse spesso prese di posizione provocatorie, sfidanti e talvolta irridenti, che gli provocarono non pochi scontri. Nelle aule universitarie attraeva i talenti migliori: li ammaliava, li irretiva, creava militanza. Aiutato anche da un physique du rôle non da poco, alla Sapienza di Roma teneva lezioni affollatissime in cui – come per magia – entrando nelle immagini si veniva risucchiati negli spazi fisici e mentali della Serenissima. Erano costruite architettonicamente, spettacolari e imprevedibili; i seminari assomigliavano a collettivi studenteschi, con decine di occhi silenziosamente puntati su questa specie di Marx dalla marcata verve teatrale, che a volte al posto del puntatore laser utilizzava un bastone alla cui sommità era appiccicata la sagoma di una mano ispirata a quelle additanti nei documenti medievali. Coloro che gli chiedevano la tesi venivano spediti – oltre che nei luoghi che custodivano le opere – in biblioteche e archivi da cui non potevano tornare senza elementi di novità e idee personali. Le tesi duravano anni e a più di qualcuno i capelli divennero grigi. Però in quel modo rigoroso ed estenuante formò decine di specialisti che poi hanno raggiunto posizioni apicali nelle università e nell’amministazione dello Stato.

Scriveva limpidamente, in maniera densa e arguta. E a un certo punto – a Roma e con un editore romano (Bulzoni) – decise di fondare una rivista dedicata all’arte veneta del Rinascimento: “Venezia Cinquecento”. Chiamò a raccolta un comitato scientifico di colleghi solidali e aprì le porte soprattutto ai giovani, e non solo ai suoi. Era il 1991. Per garantirne la continuità fece i salti mortali, eludendo fantasiosamente le gabelle legate a eventuali diritti di riproduzione, che riteneva antidemocratici. Nel 2015 la rivista chiuse i battenti, dopo 50 volumi tutti artigianalmente curati da lui stesso: un’autentica miniera di dati fino a quel momento inediti, con collegamenti, ipotesi, suggestioni la cui ricchezza potrà essere pienamente compresa e fruita solo nel momento in cui qualche mente illuminata (“Ma esistono ancora?”, avrebbe chiosato…) creerà le condizioni per rendere possibile la predisposizione degli indici generali. 

Da Roma si trasferì all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nel luogo teoricamente perfetto per rendere le ricerche sue e dei suoi allievi ancor più feconde. Ricreò così una ‘scuola locale’, ma alla lunga non tutto andò per il verso giusto. Basti pensare che – a dispetto dell’aura che lo circondava – non venne mai messo nella condizione di poter organizzare una mostra di caratura internazionale, al di là della richiesta di poter avere un suo saggio, che risultava spesso sorprendente e anticonformista. Era un personaggio fuori dagli schemi, amabile ma per certi versi scomodo. Alla fine entrò in rotta di collisione con logiche accademiche che contraddicevano le radici umanistiche di cui era portatore e se ne andò in pensione con più di un’amarezza. Perché ebbe la sensazione di aver vinto molte battaglie, ma di aver perso la guerra di una vita: quella in nome di una storia dell’arte intellettualmente audace, dai tempi lenti e ineludibilmente interdisciplinare: capace di costruire – in rapporto con la storia, la letteratura, la musica e tutte le altre discipline sorelle – ‘significati’ profondi, libera dai condizionamenti delle mode, delle carriere e del mercato. I suoi allievi lo ricordano come una figura fondamentale nelle loro vite, non solo dal punto di vista della formazione, ma anche etico e perfino emotivo. 

Con lui se ne va un intellettuale militante, uno storico rigoroso, ma anche un sognatore: per molti un maestro, un modello e un amico.